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23 luglio 2008

In piazza o in Parlamento?

Piazza e partecipazione politica non sono sinonimi, soprattutto
se la piazza è un prolungamento della televisione

Qual è il luogo appropriato dove un cittadino può far sentire la sua voce?

La piazza o il Parlamento?
Molti cittadini si devono essere posti questa domanda nelle scorse settimane, temo senza risultato. Cerchiamo di capirne il motivo. Nelle democrazie moderne il Parlamento è divenuto lo spazio privilegiato della democrazia rappresentativa, che dovrebbe assicurare a tutti la possibilità di veder esposte le proprie opinioni, sia pure nei limiti imposti dall’esercizio indiretto di parte dei propri diritti politici. In Italia, però, questa limitazione si è ampliata a dismisura negli ultimi anni, dal momento che il cittadino è stato spogliato del potere di scelta dei propri rappresentanti, concedendo ai partiti politici, soggetti purtroppo non più necessariamente democratici, la selezione dei candidati. Inoltre il modello elettorale, forse anche legittimamente, vista la situazione di frammentazione politica del nostro Paese, ha escluso dal Parlamento forze storicamente vivaci, a destra come a sinistra, facendo sì che per la prima volta dopo molti anni si affacciasse la categoria degli 'extraparlamentari', un po’ inquietante per chi è appassionato di storia patria. Se a questo problema 'fondativo' si aggiunge la situazione in cui versa l’attuale Parlamento, espropriato di gran parte delle sue funzioni da esecutivi sempre più arroganti, che procedono per decretazione e a colpi di voto di fiducia, si ha un quadro abbastanza desolante della nostra democrazia. Ci rimane la piazza, allora? In qualsiasi sistema democratico la 'cessione di rappresentanza' fatta con le elezioni non impedisce ai cittadini di riappropriarsi, in specifiche circostanze e nei limiti stabiliti dalla legge, del diritto di esprimere direttamente le proprie opinioni attraverso manifestazioni, scioperi e ogni altra forma pacifica di espressione di pensiero. Anche in questa direzione esistono però problemi, ampliati, tanto per cambiare, nella nostra bella Italia. La piazza, infatti, da sempre può essere strumentalizzata da parte di chi non ha interesse che siano i cittadini a far sentire la propria voce, ma al contrario che tutti ascoltino la loro. In una situazione di democrazia mediatica, non sociale e partecipativa, la piazza diviene un prolungamento della televisione, un fondale per uno spettacolo di una minoranza. Ne abbiamo avuto ampie rappresentazioni in campagna elettorale e, più recentemente, in piazza Navona a Roma, con lo spettacolo di alcuni showman dell’opposizione ed il silenzio della folla, che pur avrebbe voluto prender parola. Quali strade percorrere, allora, per non arrenderci al tramonto della democrazia? Ricordarci, davanti alle urne, ma anche gli altri giorni che, in Parlamento come nelle piazze, la democrazia è tale se ai cittadini non solo è garantita la possibilità di esprimersi, ma anche di contare nei processi che determinano il governo. Nessuna delega in bianco, né ai politici di professione, né ai vati dell’antipolitica: lavorare per il bene comune richiede partecipazione, confronto, uso della propria testa.


Andrea Olivero

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